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Bugge Wesseltoft – New & Brand New Conception of Jazz

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Come si muove, come si orienta il nostro personaggio? Agitatore dall’interno, fulcro e catalizzatore di numerosi progetti musicali di confine. il primo della lista se ci vorrà divertire e fare un po’ di seria musica insieme, e provare qualcosa di nuovo, fuori dai canoni, vivo, fresco ma impegnato.Tutto il suo impegno, ed il suo cuore, è per la musica.

Quella cosa che gli girava intorno sin da piccolo, molto piccolo, e che aveva da prestissimo le sembianze di una tastiera dalla quale ricavare suoni, e poi canzoni, e poi … . Il padre Erik scelse molti anni prima la chitarra, e il jazz scelse lui. Ma non certo quel paludato, ortodosso stile musicale che rigidamente fa bell’ascolto di sé in club a lui dedicati. Bugge aveva per il jazz altri progetti.

La musica – potremmo dire tutta la musica – è entrata nel mondo dell’artista norvegese: financo il punk, il pop, il rock ed ecco - certo - il jazz, parallelamente ad una costante fascinazione per il suono elettronico ed i suoi strumenti, tastiere, laptop, e scatolette varie e ad una insofferenza a seguire l’idea di una formazione tradizionale, una strada che ha sempre evitato di percorrere per intero, aprendo di continuo capitoli di una formazione personale consistente e variegata.

Una vitale irrequietezza che lo ha portato – confermata la progressione in sicurezza e duttilità artistica - a collaborare con alcuni dei migliori musicisti della scena del suo paese, e che diverrà rapidamente il suo utensile per scardinare qualche certezza del suo linguaggio alla fine preferito, il jazz appunto: quasi ad acchiapparlo, portarlo un po’ in giro la sera, fargli ascoltare cose nuove, e quindi indurlo ad essere qualcosa di altro da stesso, per costruire una “nuova concezione del jazz”.  

Ma quello che lo cattura veramente della musica è il suo potere di comunicazione, e la fascinazione e lo scambio tra le persone coinvolte – musicisti ed ascoltatori - che ne deriva. Potere prezioso, che deve essere protetto e valorizzato adeguatamente, obiettivo che Wesseltoft ha cercato di perseguire sin dai primi anni della sua carriera, con la fondazione di Jazzland Recordings, e poi con il sito web di Gubemusic.

Un percorso di carriera che lo ha visto mettere in crisi luoghi comuni, accostare una serie di piani paralleli di sviluppo ed esplorazione – dagli ensemble dove misurarsi in intensi scambi di improvvisazione musicale, ai duo, al solo con un consistente apparato di “suoni” a disposizione, alla ricerca in luoghi e culture musicali lontane dalla propria – per un sempre più consapevole e deciso slancio verso un “nuovo suono possibile”.

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D.: Per me il Jazz è un punto di riferimento per i musicisti senza un’etichetta che li definisca, in realtà, che vogliono investigare le possibilità espressive con libertà e creatività, in libere combinazioni… Ma quali sono i tuoi maggiori legami con la storia del Jazz? Le passioni che ti muovono, i musicisti che ti piacciono… .

R.: Per prima cosa, debbo dire che mio padre è un chitarrista Jazz. Sono cresciuto ascoltandolo, provando e suonando con lui la musica che lui suonava. Che era principalmente musica americana, Jazz e no – che io certamente amo molto – come quella di Jimmy Smith, Wes Montgomery, ma anche Stevie Wonder, il soul, gli artisti di Tamla Motown.

Questo è stato il mio background. Mi rendo conto che la musica è sempre stata parte della mia vita. Ho iniziato a suonare il piano quando avevo due anni – secondo quando dice mio padre – perché ascoltavo le canzoni, e cercavo di suonarle… .

All’età di 13/14 anni decisi realmente di scoprire altri tipi di musica. Al tempo suonavo in diverse orchestre, in band itineranti – dove suonavo la tuba - così come in una orchestra sinfonica locale – dove invece suonavo le percussioni.   

D.: Non come Woodie Allen – che in un film suonava il violoncello… in una marching band! (ridiamo)… spostando continuamente la sedia….

R.: … ascoltavo anche tanti tipi diversi di musica, è un po’ l’essenza della mia vita l’essere ispirato da queste diverse fonti … i classici del jazz, molta musica classica. A 14/15 anni ho scoperto i dischi di ECM ed il jazz europeo – che mio padre odiava ed ancora odia … perché amava il jazz americano –. Ma a me piacciono entrambi: il suono nero americano ed il suono europeo. Vengono dalla stessa fonte, ma sono differenti perché vengono da background diversi, così sono le storie dei diversi musicisti. Sono diverse culture, è molto importante.

Molti musicisti danesi, norvegesi ed europei on generale sono stati molto influenzati dalla musica americana, e cercavano di suonarla nello stesso modo, cosa che ritengo stupida.

È musica da amare, che io amo, da cui essere influenzati ed ispirati, ma occorre usare la propria cultura. Una delle cose che amo della Norvegia è il fatto che si cerca di andare alla ricerca della proprie radici, per fare musica. Questa è l’eredità di musicisti come Jan Garbarek, Arild Andersen, Jon Christensen, Terje Rypdal ed altri musicisti di quella generazione, che impararono da musicisti come Don Cherry o George Russell. Furono una sorta di chiave … Don Cherry visse in Scandinavia per qualche anno, viaggiando e suonando ispirato dalla nostra musica.

Io amo i nuovi suoni: quando sento suoni che trovo eccitanti, questo mi ispira, come i miei viaggi. Questo è lo spirito del jazz: si è sviluppato costantemente, sempre accogliendo in sé nuove ispirazioni. Per cui non si può dire: questo è jazz, perché non lo è…

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D.: Alcuni dei tuoi progetti musicali stanno conferendo nuove possibilità ad un linguaggio che talvolta può suonare datato … dare il nome di “New Conception of Jazz” - per esempio - ad uno di essi si può dire sia stato ambizioso da un lato, ma da un altro lato tradisce il desiderio e la volontà di fare un passo avanti… è così?

R.: La radice in tutta la mia musica è sempre stata l’improvvisazione. Quando iniziai “New Conceptions of Jazz”, intorno al 1993, ero affascinato dalla musica elettronica, il suo suono, l’atmosfera dei suoi club – rave, techno, o disco che fosse – dove si ascoltava musica in modo totalmente diverso da quello che accadeva sulla scena jazz. Lo amavo, era un approccio totalmente differente: così decisi di entrarci, conservando le mie radici jazzistiche ed improvvisative. Lì si suonavano i dischi… io volevo avere una band che suonasse come un DJ, sostanzialmente. I DJ erano molto bravi a filtrare la musica, e renderla molto viva, a creare energia… un buon DJ lavora costantemente con il suo pubblico per far sì che la sua musica non sia mai noiosa, per cogliere i momenti dinamici di questo scambio. Questo mi ricordava il jazz degli anni ’60… .

La musica elettronica di quel periodo non era commerciale. Vendevano dischi da 12 pollici, con canzoni che duravano 18 minuti, con una dinamica strutturata su un lungo periodo di tempo. Mi ricordava Coltrane, i suoi brani più lunghi… le stesse onde. 

Voleva fare quello: non tanto fare lunghi assolo jazz, ma fare una totale improvvisazione. Creare musica dal vivo, con groove, energia, suoni ed accordi interessanti …            

D.: Hai tenuto lezioni sull’improvvisazione e sulla musica improvvisata. Una sorta di continuo mandala. Quali sono gli elementi principali della tua analisi di quello che il nucleo fondativo dell’espressione jazz? 

R.: Le lezioni erano indirizzate in particolare agli studenti. Si trattava della mia esperienza su come improvvisare, e se era di interesse per persone che non erano musicisti la cosa andava comunque bene… . Vertevano sugli elementi principali che occorre capire per essere in grado di improvvisare, che sono numerosi.

Uno degli aspetti chiave da evidenziare, per me, in particolare per i giovani, è la frequente mancanza di comprensione del valore degli ascoltatori. Quando si suona un concerto, metà della sua qualità deriva da quello che sai creare con il tuo pubblico. Questo è ciò che costituisce un’arte, quello che si riesce a creare con coloro che ne fruiscono. Non riguarda quindi tanto quello che io sto facendo, ma quanto l’ascoltatore coglie, in particolare nel jazz. È una ininterrotta conversazione: si fa qualcosa, per cui si ottiene una risposta, e da questa si continua … . Se non si sente questa risposta, allora si cambia e si fa qualcos’altro, cercando di far funzionare le cose. Il motivo per suonare del jazz non è usare le proprie capacità tecniche, od armoniche, ma creare un’energia con gli ascoltatori. È un punto molto importante per me.

La musica elettronica è così. Se si va in un posto dove c’è qualcuno che suona per 10.000 persone, l’energia è … folle! Il valore della musica rock (dei Radiohead, per fare un esempio) è quello dell’energia che è in grado di creare. Energia positiva, buona, forte, in grado di creare connessioni. Nel jazz questo aspetto in parte si perde, ora: il jazz era musica da ballo, molto comunicativa, in parte ancora lo è, ma è anche molto accademica, teorica. Credo dipenda da aspetti formativi che includono molta teoria, per cui vengano privilegiati aspetti tecnici e virtuosistici, ed anche dal fatto che – come musicista jazz – non ci si trovi poi molto spesso a suonare per un pubblico.

Ho suonato in gruppo con Mike Mainieri - vibrafonista americano, una delle leggende del jazz. Da quando aveva 14 anni era uso suonare sino a 7 set al giorno, dalle 2 di pomeriggio alle 2 di notte, per ore e ore di musica… . Per questo motivo è diventato certamente un musicista incredibilmente bravo, ma soprattutto il fatto di suonare per qualcuno è diventato per lui una parte naturale del suo essere musicista. 

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D.: Quali sono state le idee dietro due passi importanti della tua carriera (anche se paralleli a quella di musicista in senso stretto) cioè l’etichetta Jazzland Recordings ed il sito Gube Music?

R.: Jazzland Recordings è iniziata con l’uscita del mio primo CD, perché volevo essere sicuro che qualcuno si prendesse cura della mia musica. In breve tempo è diventata il luogo per la scena musicale norvegese, di Oslo in particolare - Eivind Aarset, Jan Bang, … -, per musicisti che stavano facendo quel tipo di musica, mix tra musica elettronica e jazz.

L’industria musicale era in grande mutamento, tra il 2005 e il 2006, ed era difficile venir fuori in qualche modo, per della musica di nicchia. Non so come fosse in Italia, ma in Scandinavia, con Spotify (che è follemente grande, tutti sono su Spotify….) se si dà un occhiata alle playlist, si vede che non c’è spazio per il jazz o per tipologie particolari di musica.

Questo è anche il motivo per il quale ho iniziato Gubemusic, e un canale di streaming ad alta qualità per musica classica e jazz: per fornire un canale distributivo a musica di qualità. È un posto dove la gente può andare e scoprire buona musica: non debbono scorrere tra milioni di canzoni, non c’è qualcuno che ti dice: “dovresti provare ad ascoltare questo o quello”. Penso sia molto importante: non si può definire un successo commerciale, ma è dove la gente può andare e trovare buona musica, se lo vogliono. C’è molta buona musica la fuori, ed è difficile da raggiungere.

Ho visto quello che sta accadendo ora con Spotify già quando apparvero i grandi negozi di dischi, e i piccoli iniziarono a scomparire. È stato scientificamente provato: quando entri in un posto così grande, dimentichi perché ci sei entrato, e non troverai quello che volevi cercare. Semplicemente ci rinunci, o esci, o… compri un disco di Elton John, perché è quello che stai ascoltando. Non sono i posti dove scoprire musica nuova ed interessante.

Un altro aspetto di questa esperienza è che io amo internet e la musica. Da un sito locale puoi raggiungere il mondo, ed è affascinante. Puoi produrre piccole cose, da qualche parte, e tutti possono ascoltarlo. Lo vedo anche dai miei viaggi nel mondo ora: in un piccolo posto dei Monti Urali in Russia si organizza un festival di musica elettronica underground, e ci sono giovani che vengono dalla Siberia e da altri posti lontani. È così moderno, ed accade perché c’è internet. E’ una cosa che amo, una globalizzazione sorprendente con cui, nello stesso tempo, puoi promuovere e lanciare la tua personale e locale proposta. È veramente fantastico.

Vedo anche che questo tipo di musica – che si può chiamare di nicchia, come il jazz elettronico – ha un certo seguito in ogni paese del mondo. Con internet puoi raggiungere quelle persone, e rivolgerti direttamente a loro nel miglior modo.

Quando feci il mio album e diedi inizio ad una etichetta, pensavo di vendere 2.000 copie; questo era il mio ideale, cosa che feci, come primo obiettivo. E poi mi dissi che avrei venduto altre 2.000 copie, cosa che accadde. L’intenzione – con il sito - era quella di cercare di raggiungere coloro che potessero essere interessate alla mia musica, che ho stimato essere potenzialmente 100.000 persone. È fantastico: è molto più di quello che mi serve per continuare a farla. Non ho mai voluto essere molto commerciale, popolare o famoso, quanto piuttosto fare la mia musica e raggiungere le persone che potessero essere interessati ad essa.

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D.: Le tue collaborazioni musicali sono numerose… è difficile dire quali siano state quelle che ti hanno date le maggiori soddisfazioni, e quali ti hanno maggiormente coinvolto, così come quelle che farai in futuro…    

R.: Spero di poter fare ancora progressi nella mia musica. Mi sento sempre … un principiante, in qualche modo, cosa che è positiva. Ma nello stesso tempo sento di avere sempre più conoscenza dell’essenza della musica, mentre sono sempre molto affascinato dai nuovi suoni, dalle nuove possibilità, da nuove fonti di ispirazione.

Ho lavorato duramente per tanto tempo – 10 anni circa – con il mio gruppo “New Conceptions of Jazz”: c’è voluto tempo per costituirlo, ma quando ci riuscimmo, accadde poi anche che negli ultimi 2/3 anni fosse diventato un po’ noioso per noi… perché con quel tipo di band può accadere si raggiunga un certo livello, oltre il quale non si fanno progressi… a meno che tu non voglia finire come i Rolling Stones (ndr. ride)! Ma volevo realmente progredire musicalmente, così alla fine dovetti smettere, e fare qualcos’altro.

Da allora non iniziai più una band di quel tipo - sino alla sua recente ricostituzione, con elementi diversi -, ma iniziai diversi progetti. Un progetto “solo piano”, per esempio, che era qualcosa che avevo veramente voglia di fare. Mi comprai un pianoforte a coda, il cui suono amavo moltissimo. Sono cresciuto con un piano, ma non ne ebbi uno mio sino a 22 anni. Produssi tre dischi di piano solo, di cui sono molto contento, e che costituivano un passo avanti per me. Era molto diverso trovarsi sul palco con batteria elettronica ed acustica, basso elettrico, etc… sette persone, e poi trovarsi da solo, seduto davanti ad un piano – cosa che faceva anche un po’ paura… - .

Ho fatto anche un disco di canzoni, un tributo a canzoni classiche e al jazz, che continua ad essere parte del mio repertorio. Lavoro anche con un “solo electronic club set”, su cui si possono avere ed impostare molte possibilità (nelle quali qualche volta mi perdo, può succedere … . Sto cercando di andare fuori dal canone del jazz, nuovamente, verso la musica elettronica, ma sempre improvvisando, con i groove ed i suoni di questa musica.

Ho scritto una musica per un gruppo che si chiama OK World, con musicisti che ho incontrato in India, Libano, Africa e Spagna. Un gruppo totalmente acustico, molto bello, molto interessante. In questo progetto c’è anche un aspetto politico, che ha a che fare con il fatto che la musica unisce le persone. La musica non ha confini, non divide le persone per colore, per sesso, … . Anche se si viene dal Medio Oriente e si è musulmani… seguendo certi media molti occidentali si formano la convinzione che se vieni da lì sei un terrorista, cosa che è una totale stronzata … o che se se vieni dall’Africa devi chiedere l’elemosina… . Odio queste cose. Voglio che questa musica sia invece un’occasione di unione. La musica lo è.

Ho anche un progetto con il mio grande amico Erik Truffaz e Joaquim Joe Claussell – che è un fantastico DJ – . È legato all’idea del “club”, a “new conception of Jazz”. Abbiamo suonato insieme, ci siamo divertiti molto. Mi piace molto la musica che abbiamo prodotto, ne sono molto orgoglioso. Non è propriamente una band elettronica, quanto piuttosto un occasione per trovarsi, per poi andare sul palco con alcuni dei musicisti che apprezzo di più, e dei grandi amici. 

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D.: Avere a disposizione delle nuove tecnologie significa anche avere delle nuove possibilità di espressione. Ma penso che sia difficile anche per te seguire il corso di questi nuovi sviluppi e possibilità, anche se si è aperti ad essi…

R.: Il Punkt Festival a Kristiansand – di cui sono stato ospite – è per esempio un buon posto per capire cosa sta succedendo dal punto di vista tecnologico, per capire cosa sia possibile fare. Ho fatto campionamenti dal vivo sin dai primi anni ’90, con differenti strumenti. L’ho imparato da Arild Andersen, che lo faceva sin dalla metà degli anni ’80. Poi ho incontrato Jan Bang, che usava la stessa tecnologia, ed iniziammo a suonare insieme nel 1996, continuando con l’idea del Live Remix.

Amo la tecnologia. Il fatto è che ora si sviluppa molto rapidamente, dando effettivamente tante possibilità. Ora sto fondendo la vecchia tecnologia modulare con la tecnologia dei laptop, cosa che è sorprendente. Dà la possibilità di creare suoni che non si potevano ascoltare prima, che è una cosa che amo. E siamo ancora agli inizi di quello che queste tecnologie possono fare. A guidarle sono i produttori, chi realizza i nuovi software, ma anche i musicisti. Ed è anche per questo che ritengo che la scena della musica elettronica sia la più fresca, ora.

Il laptop è ora uno strumento a tutti gli effetti, non occorre più imparare il pianoforte per fare della musica. Un ragazzo di 14 anni può avere un laptop e fare musica interessante. Un altro aspetto è che c’è poca distanza dal creare una canzone sul proprio computer, e portarla dinanzi al pubblico in un club. Si ha così una reazione immediata alla propria musica. E’ una scena molto vitale, l’energia è molto alta. Ritengo per questo che ci sarà un’esplosione di nuova musica elettronica. Ed è anche diventata molto commerciale, è la nuova “big thing” in cui uomini di affari investono anche molte risorse – in USA, per esempio -.

La musica elettronica da ballo è diventata la nuova pop music: certo, è molto noiosa, ma è anche la prova che è la “nuova musica”, perché molte persone ci mettono molte energie. Come tempo fa è stato per il jazz: le stelle del jazz erano le persone che indicavano il progresso, il futuro.

Penso anche che ci sarà anche una costante scena underground, nella musica elettronica. Per quanto mi riguarda, ritengo che continuerò ad usare una combinazione di suoni acustici ed elettronici, questo è interessante per me. Amo suonare il piano, il suo suono. Preferisco suonare una melodia con il piano, eventualmente con il piano elettrico Rhodes, meno frequentemente con il sintetizzatore. Ma quando si tratta delle texture, dei groove, allora scelgo il sintetizzatore.

D.: Hai un processo creativo, una disciplina per “prepararti” ad accogliere idee ? Lavori preferibilmente in studio, o raccogli idee dagli scambi musicali che pratichi?

R.: Una buona domanda… è qualcosa che ha due facce. Normalmente ho un idea per un “progetto”: un concept per un particolare tipo di suono, di energia che voglio raggiungere. Comincio a scegliere gli elementi che voglio usare, ma per costruire il progetto debbo poterlo fare dal vivo.

Per esempio, per “New Conception of Jazz”, abbiamo avuto poche prove insieme in questi anni, perché dovevamo costruire la nostra musica sul palco. Ma il concept, l’idea nasceva in precedenza, su quello che volevo fare. Quando parlo dell’importanza del pubblico, mi riferisco alla reazione che da lui si ottiene. Quando avevo diciotto anni facevamo moltissime prove, sino a giungere a quello che ritenevamo fosse il massimo. Sino al primo concerto: quando alla gente … non piacque nulla. La gente non reagiva, cosa che ci sorprese molto. In sala prove ci sentivamo dei geni, ma al concerto non accadde nulla.

Così capii che era giusto portare le idee fuori dallo studio, sul palco. E’ un mondo differente, dove portare tutti i frammenti preparati, per dare loro forma e struttura. Devi costruire la tua musica con il tuo pubblico, per capire cosa funziona e cosa no. Farlo sempre in modo un po’ diverso, sino a quando si comprende che funziona. Questo è il motivo per cui dico che il pubblico è parte essenziale del processo creativo.                   

R.: Come immagini il futuro della musica?

D.: L’interesse per la musica non è mai stato così grande. Solo qualche anno fa, per fare un album occorreva avere molto denaro a disposizione, ed avere uno studio. Per fare un disco dipendevi sostanzialmente da una compagnia discografica. Occorreva avere qualcuno che dicesse: “Sei bravo, vieni da noi !” Quel tempo è ora finito, tutti possono fare un disco, andare nella propria stanza e farlo uscire in un giorno. E’ semplicemente incredibile. Permette a dei talenti di esprimersi, come non è mai stato prima – senza avere la necessità di avere uno studio vicino, senza specifiche abilità fisiche, … - e produrre cose fantastiche. Certo… c’è anche molta robaccia… ma c’è moltissima buona musica.

Ho parlato qualche tempo fa con un giornalista sul fatto che – dalla mia prospettiva di artista – è diventato così facile produrre un disco che alla fine può… non significare più nulla.

Dieci, quindici anni fa far uscire un disco era qualcosa di molto speciale: per te, per il tuo pubblico, per la casa discografica. Ho detto ad alcuni miei studenti che devono dedicare attenzione a quello che fanno, mettere priorità nei loro progetti, focalizzarli al meglio, non produrli e farli uscire tanto per fare. Debbono avere un significato per loro.

Dal punto di vista del pubblico, è impossibile ascoltare tutta questa musica nuova, tanto che alla fine ci rinunciano. Lo stesso per i critici: ho sentito di un giornalista americano che ogni giorno nella buca da lettere andava a prendere i due o tre CD nuovi che gli arrivavano, mentre ora doveva andare direttamente all’Ufficio Postale, perché erano 25/30 quelli che gli arrivavano ogni giorno. Diventa così nuovamente difficile emergere, per nuovi musicisti che hanno cose importanti da far ascoltare, e ci potrebbe - nuovamente - essere un genio di cui nessuno è mai riuscito ad ascoltare qualcosa….

D’altro canto ci sono musicisti che sono molto dedicati ai loro progetti, ed appassionati. Come me: quando decisi di diventare musicista, ad Oslo, spesi anni di duro lavoro per cercare di perseguire questo obiettivo. Avevo amici che avevano un talento maggiore del mio, ottimi musicisti, che nel frattempo rinunciarono. Perché volevano più soldi, o perché non ne potevano più, o perché avevano altre opzioni. Io non avevo altra scelta che diventare musicista, e non l’ho mai dimenticato. Così, da studente, se vuoi fare qualcosa con la tua musica, devi dedicarti ad essa al 100%.        

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D.: La musica dal vivo sta diventando sempre più importante, anche dal punto di vista economico, per i musicisti. D’altro canto, lo è anche la mediazione nei confronti della musica, nella quale sei anche direttamente coinvolto (con il tuo sito web www.gubemusic.com), che sta cambiando molto (anche per la presenza delle web radio)...

R.: Quando le vendite di dischi diminuirono, tutti dissero che la soluzione era suonare dal vivo. Ci sono sempre più festival, che cercano i nomi più importanti per costruirsi una reputazione, per metterli in cima al cartellone. Ma ora gli artisti più famosi sono diventati sempre più cari, eccessivamente cari, in modo tale da togliere spazio agli altri artisti.

I festival che preferisco sono quelli che pensano sia un loro dovere presentare tutti gli artisti, noti e meno noti, musica nuova e nuovi talenti. Questo è lo spirito nel quale sono cresciuti. In qualche posto invece ora devi quasi pagare per suonare … è molto difficile, penso.

Se ci pensi, esistono quei momenti unici, quegli incontri musicali che stanno per sempre con te. Quando si va in un qualche festival, si ascolta una band che non si era mai ascoltata prima, scoprendone la musica … bene, allora la seguirai per il resto della tua vita. Questi momenti sono così importanti … dobbiamo allora essere sicuri che siano date possibilità di esprimersi ad un maggior numero di artisti… .

In Norvegia ci sono molti festival, ma molti di loro si basano solo su artisti conosciuti: è un peccato, neppure si costruisce una passione, un seguito per il festival in sè. Investendo in un buon ambiente, dalle “buone vibrazioni”, in musica interessante, si avrà un festival invece molto più economico, ma che potrà funzionare per molti anni. Questi grandi festival commerciali non avranno successo, alla fine moriranno. In Svezia è già accaduto per tre o quattro, sono andati in bancarotta. 

LINK

Il sito di Bugge Wesseltoft e Gubemusic

Il sito di Jazzland Recordings

Bugge Wesseltoft - New Conception Of Jazz:

Bugge Wesseltoft - New Conception Of Jazz – Kongsberg Jazzfestival 2016 

Sidsel Endresen & Bugge Wesseltoft - "Nightsong" - Deutsches Jazzfestival - 1999 

Bugge 'n' Friends - JazzBaltica 2015 

Bugge Wesseltoft, Henrik Schwarz & Dan Berglund - Boiler Room - Amsterdam