Tino Sehgal – La danza dell'idea

08/02/2018

Tino Sehgal – La danza dell'idea

Il luogo del delitto è sempre quello, il Museo o lo Spazio Istituzionale Dedicato, ma è ciò che accade che è diverso, e diverso è il modo con cui si entra in relazione con l’“opera d’arte”.

Pur nel XXI secolo, dove si è dissolta la nozione di opera come un artefatto di proporzioni chiare e definite (dipinto, scultura, …) da affrontare vis-à-vis, con gli strumenti di decodifica e di fruizione di cui siamo dotati, conserviamo le virgolette per parlare del lavoro di Tino Sehgal, perché è necessario fornire parametri dedicati, per accostarsi ad essa nel modo dovuto.

Forte della sua formazione che lo ha visto studiare danza contemporanea, oltre che economia ed arte, Sehgal ha sviluppato un linguaggio che si affranca dalla produzione di oggetti – quanto mai effimeri anch’essi, ci ricorda – e che si avvale di spazi definiti, dove agiscono i suoi interpreti, che sono al tempo stesso danzatori, attori, mimi e cantanti, un manipolo più o meno grande di persone che seguono le linee tracciate nelle coreografie e nella trama pensata dell’artista, ed intersecano i percorsi dei visitatori, sino ad interagire con loro.

L’artista ha pieno controllo dell’opera, sin dalle condizioni di vendita, di preparazione e di fruizione della stessa, e parte del “patto” è che non si documenti il lavoro, che rimarrà solo negli occhi e nella mente di chi ne prende parte.
Ma una delle caratteristiche principali dei lavori di Sehgal – come dicevamo – è la ricerca della interazione con l’audience, con l’attivazione della situazione che “giustifica il gioco”, con il superamento della consueta relazione mediata e asettica, in modi e forme di volta in volta diversi.

D’altro canto, un critico che nel 2012 (Alastair Sooke, per il “Telegraph”) aveva assistito alla performance tenutasi alla Sala delle Turbine della Tate Modern a Londra, dal titolo These associations, che vedeva la presenza contemporanea di 70 persone (alcune delle quali storytellers nelle situazioni soggetto dell’opera) sottolineava la difficoltà nel considerare reale l’esperienza narrata, ed evidentemente risentiva di un bias, di un disturbo di fondo, che non gli permetteva di considerarla più verosimile, per colpire più a fondo.

Ma il complesso meccanismo messo in atto nella maggior parte delle produzioni di Sehgal non ha l’ambizione descritta dal critico, ma mette in atto piuttosto un mondo a sé stante, una rappresentazione con le proprie regole e suggestioni.
Ma non per questo vede ridurre il suo impatto. Anzi probabilmente l’inedito straniamento indotto dall’esperienza, la relazione giocata su un piano nuovo e diverso dal quotidiano comune può generare interesse, emozione, qualche volta scambio, con la costruzione di scenari alternativi di attenzione, di partecipazione e di empatia.

Abbiamo incontrato Tino Sehgal in occasione dell’inaugurazione della mostra a lui dedicata alle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino, curata da Luca Cerizza, ed ospitata dal 2 Febbraio 2018 al 17 Marzo 2018.


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