Mauro Pagani – Sull’onda della musica

24/04/2018

Mauro Pagani – Sull’onda della musica

Uno dei personaggi più influenti della musica italiana, che ha lasciato il segno in disparati contesti, collaborando con grandi musicisti ed autori. Mauro Pagani ha attraversato stagioni ed ambienti musicali molto vivi, con un passo veloce ed irrequieto, segnato da una sincera voglia di mettersi in gioco e di innovare, e non trascurare le grandi opportunità che la sua curiosità e volontà gli proponevano.

Negli anni ’70 emerge la sua figura di musicista, quale front man dinamico di una delle esperienze di maggiore successo del progressive italiano, la Premiata Forneria Marconi, ensemble elettroacustico la cui parte acustica e melodica era fortemente rimessa al suo flauto ed al suo violino.

Forte di una stima ed una considerazione anche internazionali, P.F.M. continuerà la sua corsa, ma senza Pagani, che in quegli anni vira su fruttuose collaborazioni che lo vedranno concretizzare un primo album solistico che riassume le sue ricerche nell’ambito della “musica del mondo”, principalmente di ispirazione mediterranea, e a lavorare con componenti di gruppi quali gli Area (Demetrio Stratos in particolare) ed il Canzoniere del Lazio.

Anni dopo questa ricerca si affinerà nella collaborazione con Fabrizio De Andrè, con cui realizza alcuni degli ultimi suoi album, summa di una visione poetica e musicale sincretica probabilmente ancora ineguagliata. Altri distillati lavori solistici, colonne sonore, numerose produzioni e direzioni musicali in eventi di preminente valore nazionale (lo stesso Festival di Sanremo, il Concerto del 1º maggio, e la Notte della Taranta, che lo vedono nella Direzione artistica) sono altre tracce di una multiforme carriera.

Onestà e curiosità intellettuale, curate con un accuratamente preservato seme dell’utopia, che gli viene dall’aver frequentato passaggi di storia che di esso si nutriva, sono i motori dell’esperienza e della carriera di Pagani.

Se, come è capitato di fare a lui, ogni tanto sembra di dover fare il punto della situazione e, se del caso, mettere un punto e a capo, se le nuove esperienze diventano occasioni per imparare, se ci si apre alle musiche ed alle esperienze del mondo, e le si studia con il piacere di scoprire cosa le muove, e cosa gira loro intorno, allora si può dire di aver compreso come organizzare al meglio il proprio percorso di musicista e di artista che, con grande impegno e perseveranza, diventerà ricco e prezioso.

Rimangono sogno e poesia, perle di una stagione da ricordare e celebrare, lavorando con impegno.

D: Ci sono stati momenti in cui la musica sembrava essere “vettore di cambiamento”, più legata a quello che avveniva nella società … .

R: Mi piace dire che una volta la musica era il fiume su cui galleggiavano i sogni delle generazioni. Trasportava un po’ tutti, ne eri circondato. Adesso purtroppo spesso la musica viene trattata da merce. E’ stata trattata da merce da così tanto tempo, che ormai la gente è abituata a trattarla così.

A parte alcuni rari casi e situazioni sporadiche molto interessanti, per il resto sembra tutto una gran fabbrica di oggetti da vendere, sempre più faticosamente, tra l’altro.

D: Molta della tua musica e delle tue esperienze sono state segnate dalla necessità, dal desiderio di unire culture musicali diverse. Come nasce in te questo interesse, questa predisposizione?

R: Citerò una frase che ho sentito dire da una signora, una costumista, in occasione della cerimonia per la consegna degli Oscar. Le chiesero da dove traesse la sua ispirazione, e la sua risposta fu: “Io devo dire grazie alla mia cultura umanistica”. Io devo dire grazie al mio Liceo Classico d’antan.

Ho fatto la mia maturità nel 1964, era una specie di esame di laurea, la maturità. Si portavano tutte le materie. Ti veniva inculcata a forza quella che era l’interdisciplinarietà, cioè la capacità di coniugare arte, storia e letteratura sempre, costantemente. Quindi non riesco ad ascoltare musica, a concepire musica, senza guardare contemporaneamente cosa succede intorno, valutare quello che sono le sue radici. Diventa anche un bel gioco: allora mescolare, contaminare, confondere le cose diventa naturale e molto divertente.

D: L’industria musicale, ma il mondo della musica tutto, è in rapidissimo cambiamento. Quali sono gli elementi che lo caratterizzano maggiormente per te, ora?

R: Per i talent show uso una frase che ho detto mille volte, ma la uso anche adesso: i talent show si nutrono di carne umana. Sono costruiti per fare audience, e l’audience viene fatta sulle pelle dei ragazzi che partecipano. E comunque sono fabbriche di interpreti, e siccome il vero problema è chi scrive e cosa si scrive, e di che cosa si parla, l’enorme crisi che stiamo attraversando è innanzitutto una crisi autoriale.

Per quanto riguarda la musica, i diritti, la rete … chiunque in questi trent’anni ha fatto valanghe di soldi sulla musica, meno gli aventi diritto.  Non siamo in un bel momento, nel senso che la progressiva scomparsa di risorse farà sì che vivere di musica sarà un lusso riservato a pochi. Quello che era il sogno di un bel mestiere, per i ragazzi sta diventando sempre più lontano, e questa è una cosa brutta.

La musica è una cosa che rende bella la tua vita, indipendentemente dal successo, migliora la tua vita e i tuoi rapporti con gli altri. Il successo è un incidente di percorso. Spero che tutti torniamo a fare musica per il piacere di farla, senza l’ossessione di dover vendere dischi, o di dover andare in televisione.

D: In un libro “Foto di gruppo con chitarrista”, hai voluto raccontare con strumenti diversi dai consueti una storia, che per molti versi ti riguarda direttamente. Come ti sei trovato in quelle vesti?

R: Naturalmente ho fatto molta fatica, perché se non è il tuo mestiere, se non hai confidenza con lo scrivere, ti metti a farlo e fai tutti gli errori che non dovresti fare: sei noioso, lento, ripetitivo, ti importa di scrivere storie che per te erano magari importanti, ma che non servono a niente al racconto … piano piano ho imparato a pulire … è stato un modo per me di mettere in ordine i miei ricordi, e raccontarli in una maniera gioiosa. Nel frattempo imparare qualcosa di nuovo, a raccontare usando una penna.

Una storia che mi interessava di raccontare era la meraviglia di quei dieci / quindici anni tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70. Gli anni ’70 adesso li raccontano tutti come gli anni del terrore, gli anni di piombo … ma non è vero, erano anni bellissimi. Si sognava, ci si batteva per le proprie idee, ci si divertiva, si scopriva il mondo, e soprattutto eravamo sfiorati dalla meravigliosa ala dell’utopia. Dicono che l’utopia è la benzina, o il motore del mondo. Si sogna tanto, per riuscire ad ottenere un po’. Un po’ abbiamo ottenuto, però ora le cose stanno andando come stanno andando.

Quello che mi manca, e che vedo che manca in giro, è la capacità di pensare che il sistema si può rovesciare. Vedo troppo accondiscendenza, o voglia di scappare.

D: Con la Premiata Forneria Marconi, ma anche in fasi successive della tua carriera, hai conosciuto delle dinamiche che forse non ti sono mai state molto familiari: tournée oltre oceano, grandi folle. È un mondo esigente, quello da “rockstar”? Cosa toglie e cosa da?

R: Ti da un sacco di euforia, di gioia. Vedere premiato il proprio lavoro ovviamente è una sensazione bellissima, soprattutto all’inizio. Gli applausi, i consensi, la critica, l’affetto degli ascoltatori è fantastico.

Dopo un po’, piano piano, però si prende tutto. E’ un po’ per quello che mantenere la barra dritta è difficile. Io me ne sono andato quasi subito: nel ‘77 / ’78 ho detto basta. Perché mi sono reso conto che andavo in giro a suonare sempre la stessa roba, dopo un po’ diventi prigioniero del tuo repertorio.

Per cui a un certo punto mi sono chiesto cosa avrei voluto fare da grande. Siccome volevo fare il musicista, mi sono accorto che non ne sapevo abbastanza. Il fatto di sapere fare bene il repertorio della P.F.M. e poco altro non mi bastava. Quindi ho ricominciato ad ascoltare, a crescere, a suonare con altri musicisti, ad andare in giro.

Già nel ‘74 / ’75 avevo iniziato a lavorare sulla musica del mondo, su quella del Mediterraneo, e questa cosa mi ha permesso 10 anni dopo di scrivere “Creuza de ma” con De Andrè. Se non avessi fatto questa scelta, non avrei potuto farlo, perché sarei stato prigioniero di un genere che poco scampo mi avrebbe dato.

D: Uno dei punti di non ritorno della tua carriera artistica è stato il lungo rapporto che hai costruito con Fabrizio De Andrè. Tanti anni, irriducibili a poche risposte. Ma ti chiedo solo, se si può riassumere, com’era lo scambio artistico – e quindi umano, con lui … .

R: Ma sai … non era una persona facile, ed era una persona ricca. Il rapporto a volte era faticoso, ma estremamente gratificante. Quello che dico sempre, e lo ripeto alla noia, è: lavorare con quelli bravi è più facile, è meraviglioso, anche se a volte è più faticoso. Quelli bravi ti sorprendono. Tu proponi una cosa, e loro ti mandano indietro di più … .

Lui era un uomo di intelligenza rara, e soprattutto aveva un senso della sintesi meraviglioso, una capacità di raccontare che era unica. Io ho imparato a raccontare lavorando con lui, ho imparato a scrivere canzoni, prima non avevo la più vaga idea di come si facesse. Io venivo da un gruppo, ero un solista, non ero un autore.

Fabrizio era uno che insegnava. Diceva: “Devi spostare sempre la macchina da presa, devi cambiare il punto di vista e non ripetere sempre le stesse cose. Soprattutto: non riassumere e non giudicare”.

Sono regole d’oro, eh … .

A cura di Marco Aruga.
Giornalista radiofonico e web, si occupa di musica, arte, architettura, design, media e cura le trasmissioni “Artscapes” e “Soundscapes” – Paesaggi Sonori per Radio Flash Torino e Radio Popolare Milano.
Artscapes: Radio Flash Torino, Radio Popolare Milano, Podcast, Facebook.
Soundscapes: Radio Flash Torino, Radio Popolare Milano, Podcast, Facebook.


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