Lavgon: dalla cascina a San Salvario

25/04/2018

Lavgon: dalla cascina a San Salvario

È possibile coniugare moda ed economia circolare? È possibile partire dal lavoro fatto in casa, inseguendo una passione, e arrivare ad aprire più punti vendita in Italia, fra cui un negozio nel cuore multiculturale di Torino?

Sì, è possibile. È l’avventura di Lavgon, un laboratorio tutto al femminile nato nel 2004 nei pressi di Pavia che da un anno porta la moda critica a San Salvario. Lavinia, che ogni settimana fa la spola fra Pavia e Torino, risponde alle domande di ContemporaryArt Torino Piemonte.

Come è nato Lavgon?

Era il 2004. Ero tornata a vivere nella cascina di mia madre a Pavia. Abbiamo iniziato a pensare che sarebbe stato bello avviare un’attività lì, in cascina. Siamo partite dalla tessitura e dalla sartoria, mestieri che mia madre conosceva. All’inizio facevamo accessori, arazzi e pannelli da muro con tasche multiuso. Poi abbiamo iniziato a visitare manifatture e siti produttivi in alcune zone d’Italia, il che ci ha portate a iniziare con l’abbigliamento.

Che avete iniziato a vendere …

Sì. Fin da subito i nostri canali di vendita sono stati i festival e i mercatini. Così abbiamo iniziato a parlare con le persone, i nostri clienti, e a modificare la nostra produzione in base a ciò che ci chiedevano. Da sempre puntiamo sulla relazione. E il progetto si è ampliato, dato che ha iniziato a lavorare con noi mia sorella Carlotta. Lei si è specializzata nel rapporto con la clientela.

E poi siete arrivate a Torino. Perché avete “scelto la Mole”?

Abbiamo aperto a Torino un anno fa. Cercavamo una finestra su una grande città e conoscevamo già Torino per via delle fiere. Qui abbiamo trovato l’avanguardia che faceva al caso nostro: ci sono numerose realtà simili alla nostra. Ma non abbiamo mai vissuto questa condizione come una competizione, anzi, crediamo che sia fondamentale la costruzione di una rete più ampia. Inoltre, abbiamo scelto Torino per cercare un mondo sfaccettato, un melting pot culturale. Abbiamo aperto qui, a San Salvario, in un’ex-macelleria; il negozio è gestito da due fidati collaboratori: Giorgio e Marilena.

Raccontaci della vostra linea d’abbigliamento.

L’abbiamo sempre disegnata partendo dalla contaminazione, traendo ispirazione da altre mode e altre culture, cercando poi di trovare la forma perfetta, dell’estetica, del gusto e della praticità. Attualmente stiamo esplorando i tessuti organici (tutti i nostri filati di cotone sono biologici). E siamo particolarmente interessate all’economia circolare.

Crediamo che la prassi di ridisegnare la collezione ogni anno sia un’idea bulimica, poco naturale e che non si addice al nostro modo di lavorare. Quindi noi ripresentiamo i modelli che funzionano insieme a novità con lievi variazioni.

Agli inizi, a Milano, abbiamo fatto parte del progetto “Isola della Moda”, un incubatore di progetti sartoriali, collaborando anche con l’associazione Serpica Naro. Là è stato steso il primo manifesto della moda critica in Italia. Per moda critica s’intende filiera trasparente, scelta dei tessuti, up-cycling, recupero, condivisione di idee e progetti. All’inizio, per esempio, organizzavamo gruppi di acquisto per i tessuti.

Un mondo distante dalle multinazionali del settore …

A noi fanno paura i colossi, che producendo a basso costo e con materiali scadenti riescono ad affossare l’artigianato. Ma, secondo noi, l’Italia è un paese manifatturiero. È la strada da seguire. Vogliamo essere contaminanti, stimolare altre persone.

Nel vostro negozio non ci sono soltanto vestiti …

È vero. Diamo visibilità a chi, come noi, porta avanti un mestiere con passione, plasmando qualsiasi tipo di materia, dal vetro al legno. Per cui abbiamo gioielli, serigrafie su pelle, ceramiche, mobili, lampadari in vetro, scarpe. Tutti i pezzi d’arredo del negozio sono in vendita. Collaboriamo con diverse realtà, e la rete si è sviluppata in modo spontaneo.

Ci raccontate qualche progetto di cui siete fiere?

Dato che crediamo nella contaminazione e nella moda etica, stiamo lavorando insieme all’associazione Watinoma, che opera in Burkina Faso. Abbiamo donato loro dei modelli, che vengono prodotti là dalle manifatture locali. Da loro acquistiamo tessuti, pagandoli però al prezzo di mercato italiano. In questo modo finanziamo l’associazione. All’Ethical Fashion Show di Berlino abbiamo presentato una collezione di capi che vedeva affiancarsi denim, tessuti africani, sete italiane e tessuti liberty inglesi. Crediamo che la contaminazione sia la chiave del nuovo gusto.


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