Design For The City: Design For Citizens - Intervista a Ezio Manzini

23/10/2017

Foto Ezio Manzini

Nell'ambito di Torino Design of the City, giovedì 12 ottobre si è svolta la conferenza Design For The City: Design For Citizens.
Fra i relatori era presente Ezio Manzini – fondatore e presidente del network DESIS, Honorary professor del Politecnico di Milano e docente in diverse scuole (New York, Londra, Città del Capo e Barcellona), che abbiamo intervistato per ContemporaryArt Torino Piemonte.

Design per la città. Design per i cittadini. Dal titolo della conferenza pare chiaro che qualcosa sia cambiato: che cosa è accaduto al design?

In realtà non c'è nulla di “nuovo”.
Il design del secolo scorso era legato all'industria e quindi alla produzione, e tutta la produzione in qualche modo passava attraverso la città e lì si fermava, incontrando i cittadini.
Per cui la città era pensata sostanzialmente come un contenitore solido pianificato da pianificatori e progettato nei dettagli dagli architetti; il resto della vita cittadina avveniva in forme quasi “naturali”.

Oggi la visione della città è ecosistemica: al fianco di infrastrutture e costruzioni fisiche c'è la parte “soft” della città, cioè organizzazioni, sistemi e servizi, che spesso è altrettanto e forse più importante della parte “hard”.
Quindi il design è passato dall'essere il design di qualche cosa di solido a essere un approccio, un modo di essere progettuali, un modo di fare osservazioni critiche sulla realtà, un modo di fare dei prototipi per immaginare delle soluzioni e un modo per mettere insieme i gruppi e coinvolgere altri attori.
Tecnicamente si può chiamare in molti modi: design strategico, design dei servizi, design della comunicazione, design digitale … ma, al di là dei nomi, è cambiata la prospettiva ed è cambiato ciò che effettivamente il design fa.

E questa è una buona notizia?

In una città fatta largamente per progetti, è certamente una buona notizia per chi rappresenta il design. C'è tanto lavoro da fare.
La città di architetti e pianificatori aveva una certa profondità nel trattare la città; al contrario, la città fatta per progetti perde questa cultura e corre il rischio di essere costruita dal marketing: non una città come bene comune, ma una città come commodity, cioè una merce, in cui i designer possono trovarsi al servizio di speculazioni e gentrificazione.
Bisognerebbe quindi avere una cultura in grado di portare valori più profondi, un senso del tempo, eccetera.

Quindi, in questo scenario, novità e idee giungono principalmente dal basso?

Sia dal basso che dall'alto. Torino stessa è una città che ha vissuto una primavera in cui tante iniziative sono partite dal basso e tante sono arrivate dall'alto (per esempio le Olimpiadi e Torino World Design Capital).
Torino ha saputo gestire bene questa interazione; che poi è un modo per cambiare il volto di una città.
C'è stato un cambiamento, che ha portato aspetti positivi e negativi, certo, ma così facendo si è costruita una città fatta largamente per progetti, i quali avevano fortissime componenti di design e di comunicazione.
Questo avviene dappertutto: Milano, che è stata in declino per vent'anni dopo Mani Pulite, negli ultimi sette-otto anni è stata tutta un ribollire.
Ciò non è dovuto tanto ai grattacieli costruiti di recente, ma al fatto che è stato possibile mettere in rete molte iniziative, che hanno dato alla città una dinamicità diversa da prima.
Non voglio criticarlo né lodarlo, ma City Life è un grande progetto che comunque “fa città”.

Come dovrebbe muoversi il designer di professione all'interno di questo mondo in rapida mutazione?

Il cambiamento è già avvenuto, oggi è necessario comprenderlo per evitare che la città diventi una gigantesca speculazione neoliberista.
Dunque la prima cosa che si dovrebbe fare è accorgersi di questo avvenuto cambiamento.
Dato che l'imprinting dettato dalla formazione industriale è molto forte, spesso il designer, anche a fronte dell'evidenza, non si accorge di tutto questo.
Una delle contraddizioni che spero conferenze di questo tipo nell'ambito della World Design Organization aiutino a superare è questa: anche se l'obiettivo di un progetto è il design, spesso non è coinvolto un designer!
Questo accade perché il lavoro del designer, associato al disegno di sedie, lampade e motociclette, non viene contemplato all'interno di altri progetti sia dalle istituzioni sia dai designer stessi.
Se i designer sono bravi e duttili, potrebbero trovare lavoro nel campo delle infrastrutture “soft”, nei servizi digitali o nel campo del design partecipato; spesso potrebbe essere utile avere più designer che lavorano assieme in progetti di questo tipo. Inoltre, la domanda di cultura intrinseca al cambiamento di cui abbiamo parlato potrebbe nascere anche in seno al mondo del design.

E il futuro?

Sono pronto a scommettere che da qui a dieci anni ci saranno molti più sbocchi professionali per designer nelle città che nell'industria dura e pura. Di città che devono trasformarsi è pieno il mondo, e spesso la domanda è superiore all'offerta.

(Photo credits: ©Paolo Amati)


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