Christian Gether / Arken – L’Arca dell’Arte

25/04/2018

Christian Gether / Arken – L’Arca dell’Arte – Photo: Torben Petersen

Si chiama proprio così, l’Arca (Arken in danese) il museo di arte moderna che si erge tra le dune sabbiose, in riva al mare a Ishøj, a sud di Copenhagen. Nome evocativo: è stata l’idea di una nave approdata nella spiaggia della baia di Køge, quella che ha guidato l’architetto Søren Robert Lund, artefice del progetto.

Come il recente e modernissimo – ipogeo – Museo Marittimo Danese a Helsingør descrive le tradizioni, la tecnica e la cultura del popolo danese per la navigazione e per l’esplorazione, e realizza un importante investimento culturale, così il moderno Arken – ultimato nel 1996 – metteva in pratica un intento programmatico, pronto ad esplorare altre latitudini ed altre culture, portando testimonianze tra le più rilevanti dell’arte contemporanea mondiale, ma in stretta relazione con l’ambiente multiculturale che caratterizza gli insediamenti urbani dell’area, con cui vuole dialogare e costituire – sin dalla sua nascita – un’opportunità di crescita e sviluppo.

Una volontà rinnovata nel tempo, che trova una precisa specificazione nella mission educativa del Museo, che cita tra i suoi doveri quelli di “comunicare informazioni, basate sulla ricerca, sulle interpretazioni della vita che si trovano nell’arte” perché tale pratica “contribuisce a stimolare l’identità culturale del singolo cittadino ed una partecipazione libera allo sviluppo democratico”.

Trovandosi ad essere un altro equidistante polo magnetico culturale della capitale (come a nord è il Louisiana Museum of Modern Art, Arken è a sud), il Museo copre un notevole spettro di attività e mostre.

La sua collezione è costituita certo di arte danese e scandinava, ma ha consistenza e respiro internazionali (con un contributo – ad esempio – dovuto ad una importante donazione di opere di uno dei più celebrati, affermati – e controversi – artisti contemporanei, Damien Hirst, dovuta a The Merla Art Foundation), e segue le maggiori tendenze del contemporaneo, mentre nelle attività espositive temporanee allarga lo sguardo verso arte meno conosciuta, oltre che verso riscoperte di artisti di alto profilo. 

Dal 1997 Christian Gether è il Direttore di questa istituzione.

Christian Gether – Photo: Per Morten Abrahamsen

D: Avrei piacere ci descrivessi brevemente Arken, come Museo, come esperienza … .

R: Arken è collocato a sud di Copenhagen. Fu costruito qui perché quando il welfare state danese fu istituito, intorno agli anni 60, si decise di sviluppare l’intera area nella quale si trovava. Furono costruite strade, teatri, scuole, ed intorno al 1990 la Contea di Copenhagen decise che quest’area avrebbe dovuto avere anche un Museo d’arte.
Ritengo che sia una cosa fantastica che un partito decida che l’arte è importante, e la sua importanza sia tale che in un’area con 400.000 persone si debba avere un Museo, prima ancora di avere una collezione.

La procedura ebbe inizio, si fece una gara, fu deciso che il Museo dovesse essere collocato dove è ora, vicino al mare, in un’area dove 25 anni prima c’erano solo acque poco profonde, trasformata in area edificabile.

Il suo compito specifico era quello di comunicare l’arte contemporanea, ed il modernismo “classico”, alle persone che risiedevano qui, un’area nuova, i cui abitanti non avevano tradizione di visitare un museo, di “consumare” arte, per così dire.

Questo fatto è una dimensione molto importante del nostro lavoro: il portare dentro il Museo la popolazione locale e dare loro una nuova esperienza, differente dal classico Museo d’arte, dove l’opera è appesa sul muro, lo spettatore vi sta di fronte, e non c’è nessuna “collaborazione” o “dialogo mentale” tra di loro (perché non era previsto – nell’accezione classica – di doversi “specchiare” nell’opera d’arte).

Ora è il contrario, perché l’arte è un’esperienza o un interpretazione o una critica dell’esistente, ed ognuno di noi – che entra in un Museo – ha la propria esperienza dell’esistente, e possiamo così stabilire un “dialogo mentale” tra queste due realtà.  Quando queste due esperienze si sovrappongono, sorge la dimensione artistica.

Abbiamo cercato di svilupparlo come un posto differente da “una chiesa” (il museo modernista con pareti bianche). Riteniamo piuttosto che un Museo moderno debba essere come l’agorà dell’antichità, dove persone illuminate, tolleranti, impegnate, si incontrano e discutono problemi esistenziali fondamentali, avendo come le opere d’arte come spunto, come punto di inizio.

D: Avete anche delle tecniche per far si che vi sia un maggiore pubblico, che possa accedere e usufruire in maniera in maniera più profonda al patrimonio del museo?

R: Partendo dal fatto che questo museo ha poco più di 20 anni di vita e molti di noi sono stati qui sin dall’inizio, abbiamo pensato che questa fosse una fantastica occasione per ripensare all’istituzione museo nel suo insieme, e trovare nuovi modi di comunicare con il pubblico. Ho molto a cuore il fatto che il Museo possa riconsiderare sé stesso, alla luce dello sviluppo dei tempi e del pensiero contemporaneo.

La cultura si muove in direzione dello sviluppo della democrazia, della partecipazione. Nei tempi passati, il museo intendeva il suo compito come quello di collezionare e preservare l’arte. Qui ad Arken noi pensiamo che il nostro compito sia quello di presentare l’arte al pubblico, cambiando quindi il nostro modo di pensare dall’essere qui per qualcosa all’essere qui per qualcuno. Questo è il motivo per cui abbiamo cambiato tutte le attività del Museo.

Abbiamo ripensato anche il nostro design grafico. Abbiamo sviluppato delle mostre che avessero relazione con le persone. Abbiamo cercato di sviluppare una concezione generale che si legasse al pubblico, alla sua esperienza di vita. Abbiamo delineato due linee operative parallele nelle mostre temporanee e nel museo, che sono quelle del modernismo classico (da Picasso a Frida Kahlo, a Dalì …) e della ricerca.

Deve esserci un aspetto di ricerca per tutte le attività che ospitiamo qui, perché se noi non sviluppiamo una comprensione nuova, prospettive nuove dell’arte che proponiamo, allora non siamo molto diversi da … un produttore di salsicce, e non è quello che vogliamo essere.

Vogliamo avere sempre una relazione attiva con l’arte. Con questo punto di partenza, abbiamo sviluppato un dipartimento educativo molto attivo: parlare di educazione sembra usare una parola fuori moda, ma lo facciamo in modo molto coscienzioso. Siamo molto ispirati dai filosofi dell’Illuminismo del XVII secolo.

Crediamo che la società migliori con il miglioramento della conoscenza. Siamo convinti che più si sappia del mondo, più si sia in grado di prendere in mano la propria vita. È quello che noi chiamiamo responsabilizzazione: noi diamo informazione, usiamo l’arte come una macchina di sviluppo della cultura nella nostra società.

D: Da un punto di vista più generale, come è governata Arken? È pubblica, con donazioni private? Come lavorate per la costruzione di una strategia per la collezione e le attività?

R: Siamo quello che viene definito una “self-owing institution”, una istituzione che dipende da sé stessa. È inquadrata comunque all’interno del Ministero della Cultura, da cui traiamo il 50% del nostro budget annuale e raccogliamo denaro per la stessa quantità, 50 e 50, più o meno ogni anno.

Abbiamo un consiglio di Amministrazione, un direttore, lo staff, una strategia tratteggiata sin dall’inizio, con le due linee espositive parallele di cui abbiamo parlato, ed una strategia di acquisizioni che attualmente è focalizzata sul corpo umano e sulla sua relazione con il mondo.

Il corpo umano è sempre stato un motivo centrale nell’arte, usato per simboleggiare una particolare situazione od interpretazione del tempo. Dal discobolo classico, all’”Uomo Vitruviano” di Leonardo da Vinci, al “Pensatore” di Auguste Rodin, sino al XX secolo e all’”Urlo” di Edvard Munch. Il corpo è estremamente centrale nelle collezioni d’arte, e nell’arte contemporanea si vede come vi siano numerosi modi di rappresentarlo, che corrispondono a diversi modi di interpretare i nostri tempi.

Parallelamente a questo filone, collezioniamo arte che riflette sull’arte, sulla scorta della tradizione moderna da Duchamp in poi, potremmo dire.

È arte comunque che ha stretta relazione con gli aspetti fondamentali della vita. Per questo ritengo che Damien Hirst, per esempio, sia estremamente importante, perché riflette su un aspetto della vita con cui tutti abbiamo relazione, cioè la morte. Cosa ci fa la morte? Rende le nostre vite più intense, o ci fa perdere la fede, oppure? Molte implicazioni, e aspetti fondamentali di cui teniamo conto quando acquisiamo opere per la nostra collezione.

D: Come immagini l’arte in futuro? Ancora più diffusa, più connessa alle esigenze umane, più democratica, più partecipata … .

R: L’arte si sta espandendo in ogni direzione. Dobbiamo accettare realizzazioni artistiche che non avremmo considerato tali solo 25 anni fa.

Un aspetto che è molto interessante, e che seguiamo con attenzione, è la parte partecipativa dell’arte contemporanea, che prevede il coinvolgimento dello spettatore. La necessità di cui parlavo del museo di comprendere il suo ruolo, è legata all’essere aggiornati rispetto a quanto accade nel mondo dell’arte contemporanea.

Un artista come Olafur Eliasson, per esempio, fa partecipare il pubblico al suo lavoro, come se le opere non fossero nulla senza questo apporto.

Ma ci sono molti artisti che invitano il pubblico a stendersi, a scalare, ad entrare nelle loro opere. È un attitudine che abbiamo anche qui ad Arken. Le persone che vi entrano, lo usano, non solo come ospiti, ne sono anch’essi “i proprietari”. E noi siamo qui affinché la loro esperienza nell’arte sia la migliore possibile.

A cura di Marco Aruga.
Giornalista radiofonico e web, si occupa di musica, arte, architettura, design, media e cura le trasmissioni “Artscapes” e “Soundscapes” – Paesaggi Sonori per Radio Flash Torino e Radio Popolare Milano.
Artscapes: Radio Flash Torino, Radio Popolare Milano, Podcast, Facebook.
Soundscapes: Radio Flash Torino, Radio Popolare Milano, Podcast, Facebook.


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