Abitare per la fragilità

29/03/2018

Abitare per la fragilità – Mind MAD in Design

Torino, 19 marzo 2018. Sei team di progettazione. Sei progetti. Sei tavoli. Sei soluzioni pensate per la fragilità mentale. Questo è il risultato dei quattro giorni di workshop intensivo del progetto MinD MAD in Design, giunto nel 2018 alla sua quarta edizione.

Circa 50 studenti universitari – coadiuvati da designer professionisti e assistiti da 6 infermieri dell’ASL TO5 e da 15 utenti seguiti dai servizi di salute mentale – hanno ragionato sul “tavolo”, oggetto attorno al quale si verificano innumerevoli dinamiche relazionali.

All’interno degli spazi comuni della residenza universitaria Camplus del Lingotto, i giovani designer hanno dato vita a sei progetti innovativi, pensati per rispondere a esigenze specifiche, sia fisiche che emotive.
Noi di ContemporaryArt Torino Piemonte abbiamo intervistato una delle ideatrici del progetto Mind MAD in Design, l’architetto Giulia Mezzalama.

Ci racconta com’è nato Mind MAD in Design?

Questo progetto è nato nel 2014 dall’incontro di tre persone, due architetti – io e Sandra Poletto – e una psicologa, Elena Varini.
È nato come collaborazione all’interno della società Blu Acqua, realtà che si occupa da molti anni di residenzialità psichiatrica.
La nostra idea? Provare a sperimentare una forma di progettazione multidisciplinare. Spesso i luoghi di cura non vengono progettati assieme a chi in quei luoghi lavora e si muove.
È nata quindi l’idea di accoppiare il percorso di riabilitazione clinica a quello della progettazione sull’abitare.
Progetto sul luogo da un lato, progetto sulla persona dall’altra: due entità che si sono sposate molto bene.
Poi, tutto si è allargato; ma le finalità sono rimaste le stesse: strumento di riabilitazione e strumento di formazione.

Come si è arrivati al workshop con gli studenti?

Dato che c’era forza in quell’esperienza, l’abbiamo trasformata in un workshop, cioè un’esperienza di formazione. Formazione per studenti, ma anche per gli utenti.
Non volevamo che il progetto rimanesse soltanto all’interno di Blu Acqua.
Volevamo che incontrasse gli studenti.
Loro, durante il percorso universitario, hanno a che fare con una disabilità che è prettamente motoria, cioè molto evidente, oggettiva.
La fragilità della mente è qualcosa che prima di tutto spaventa, e sulla quale il pregiudizio da parte della società è ancora enorme.
Questo significa che il reinserimento per gli utenti è assai faticoso.
Dato che in questo senso c’è ancora un gran lavoro da fare, chi meglio dei giovani può contribuire ad abbattere lo stigma?

Che tipo di progettualità viene attuata durante il workshop?

Una progettualità piuttosto inedita per gli studenti. Si tratta di una multidisciplinarietà reale e molto spinta: non si tratta, per esempio, del design di prodotto realizzato assieme al fashion designer.
Ci si cimenta su un tema comune che è quello dell’abitare, tema che si può declinare tanto nel progettare lo spazio tanto nelle dinamiche fra le persone.
Quando questi due livelli si sovrappongono, i progetti sono molto più carichi e complessi.

Le collaborazioni sono molto importanti per questo progetto.

Certamente. Camplus ci consente di esportare questo metodo in diverse realtà universitarie e residenziali. Inoltre, collaboriamo con l’Università e con Il Bandolo, un’associazione che mette in rete diverse realtà.
Durante questa edizione la collaborazione è stata vera, fattiva; un vero e proprio lavoro sul campo.
Per il primo anno abbiamo lavorato a stretto contatto con una grande azienda (Lago).
Questo è fondamentale, perché ci interessa capire se questo metodo, al di là del far star bene le persone, possa diventare qualcosa di competitivo anche sul mercato.
Noi in questo crediamo, perché è davvero importante confrontarsi con chi produce e dà lavoro a centinaia di persone. Ma la stessa impressione di concretezza è emersa dalla collaborazione con l’ASL: quest’anno per la prima volta abbiamo lavorato con i servizi che operano sul territorio.

Dunque, il design incontra il sociale?

Per me è molto importante che passi l’idea che fare progetto a sfondo sociale non significhi per forza fare del volontariato. Al contrario, credo che progetti come questo abbiano un valore aggiunto reale. Se noi progettiamo luoghi più belli, la spesa pubblica diminuisce perché le persone stanno meglio.
L’economia diventa circolare. Per cui non è vero che progetti di questo tipo sono a “fondo perso”; il nostro obiettivo è dimostrare proprio questo: ci sono opportunità economiche in progetti simili.
È molto arduo, ma progettare per il sociale ha un valore e può tramutare un investimento in qualcosa di reale. Questo è il nostro obiettivo futuro.

Photo Credits: Cosimo Maffione / PEPE fotografia


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